Un episodio isolato, per quanto grave, non può diventare il pretesto per criminalizzare un’intera categoria o mettere sotto accusa uno strumento utilizzato ogni giorno da migliaia di operatori regolari.
Negli ultimi giorni il settore del trasporto pubblico non di linea è stato attraversato da una nuova polemica, nata dalla segnalazione di un conducente che avrebbe svolto servizi attraverso la piattaforma Uber utilizzando un veicolo non regolarmente abilitato al noleggio con conducente.
La vicenda, rilanciata soprattutto attraverso i social network, ha immediatamente provocato reazioni molto dure da parte di alcune rappresentanze taxi e di alcune organizzazioni del settore NCC. Si è parlato di abusivismo, di controlli insufficienti e, in alcuni casi, di una responsabilità diretta della piattaforma. Prima di trasformare una segnalazione in una sentenza, tuttavia, sarebbe opportuno ricostruire con precisione i fatti e accertare chi abbia fatto cosa.
Se, come viene riferito, per accedere alla piattaforma fossero stati prodotti documenti alterati, falsificati o riferiti a un veicolo diverso da quello effettivamente impiegato, ci troveremmo anzitutto di fronte alla condotta fraudolenta di un singolo soggetto. Una documentazione contraffatta in modo credibile può trarre in inganno non soltanto una piattaforma digitale, ma anche imprese, intermediari, assicurazioni e perfino amministrazioni pubbliche.
Questo non significa che i sistemi di verifica non debbano essere esaminati e, se necessario, rafforzati. Uber dovrà naturalmente svolgere gli opportuni accertamenti interni, collaborare con le autorità e adottare ogni misura utile affinché eventuali anomalie siano individuate tempestivamente. Ma affermare, prima ancora di conoscere l’esatta dinamica dell’accaduto, che la piattaforma abbia consapevolmente consentito l’impiego di un veicolo abusivo sarebbe una conclusione tanto grave quanto prematura.
Occorre poi evitare un errore ancora più grande: utilizzare un singolo caso per mettere sotto accusa l’intero sistema delle prenotazioni digitali o l’intero comparto NCC. Uber offre in moltissimi Paesi un servizio utilizzato quotidianamente da milioni di persone e realizzato attraverso un numero enorme di conducenti e veicoli. Il modello cambia in relazione alla legislazione dei singoli Stati. In alcuni ordinamenti possono operare, nel rispetto delle regole locali, anche conducenti con veicoli privati; in Italia, invece, questo modello non è consentito e il servizio deve essere svolto da operatori professionali muniti dei titoli previsti dalla legge. Il servizio UberPop, fondato sull’impiego remunerato di conducenti privati, venne infatti inibito nel nostro Paese nel 2015, mentre l’attività oggi svolta tramite conducenti NCC regolarmente autorizzati resta cosa completamente diversa.
La piattaforma, in questo contesto, costituisce uno strumento tecnologico attraverso il quale l’utente richiede e prenota il servizio. Il trasporto viene materialmente eseguito dall’impresa e dal conducente, sui quali ricade l’obbligo di possedere e mantenere validi l’autorizzazione, l’abilitazione professionale, l’iscrizione al Ruolo dei conducenti, la corretta destinazione d’uso del veicolo e le necessarie coperture assicurative.
Quando un operatore falsifica un documento o sostituisce il veicolo dichiarato con un altro non autorizzato, la responsabilità deve essere individuata sulla base delle condotte effettivamente accertate. Sarebbe irragionevole attribuire automaticamente alla piattaforma ogni illecito commesso da chi abbia deliberatamente aggirato i controlli, così come non si attribuirebbe a una centrale radiotaxi la responsabilità diretta per un documento falsificato da uno dei soggetti collegati.
Allo stesso tempo, minimizzare l’impiego di un veicolo non abilitato sarebbe sbagliato. L’abusivismo danneggia gli operatori NCC regolari, che sostengono costi rilevanti, rispettano obblighi amministrativi e fiscali e investono nella sicurezza e nella qualità del servizio. Danneggia inoltre gli utenti, che devono poter conoscere l’identità del vettore, l’idoneità del veicolo e l’esistenza delle necessarie coperture assicurative.
La risposta, però, deve essere seria e proporzionata: verificare i fatti, individuare il responsabile, applicare le sanzioni previste e migliorare i sistemi di controllo. Non serve alimentare una contrapposizione ideologica tra taxi, NCC e piattaforme, né trasformare ogni episodio in un’occasione per riaprire una guerra tra categorie.
Proprio questa vicenda dimostra, semmai, la necessità di rendere finalmente interoperabili le banche dati pubbliche. Il RENT, il Registro elettronico nazionale delle imprese titolari di licenza taxi e di autorizzazione NCC, dovrebbe consentire alle piattaforme, attraverso modalità sicure e regolamentate, di verificare direttamente e periodicamente la validità dei titoli, l’abbinamento tra autorizzazione, impresa e veicolo e l’eventuale sospensione o revoca dei requisiti.
Non è ragionevole pretendere controlli infallibili continuando ad affidarsi esclusivamente alla trasmissione di fotografie o copie digitali di documenti. La digitalizzazione deve permettere una verifica alla fonte, presso le banche dati ufficiali, senza diffusione impropria di informazioni e nel pieno rispetto della normativa sulla protezione dei dati personali.
La tecnologia non è il problema: può diventare parte della soluzione. Le piattaforme consentono la tracciabilità della prenotazione, l’identificazione del conducente, la registrazione del percorso e dei pagamenti e offrono all’utenza uno strumento ormai entrato nelle abitudini di mobilità internazionali. Occorre governarle con regole chiare e controlli moderni, non demonizzarle sulla base di un episodio ancora da ricostruire compiutamente.
ANITRAV ritiene che ogni forma di abusivismo debba essere contrastata con fermezza, a tutela delle imprese regolari e dei passeggeri. Ma la legalità richiede anche equilibrio, rispetto dei fatti e corretta attribuzione delle responsabilità.
Se vi è stata una frode, ne risponda chi l’ha commessa. Se sono emerse vulnerabilità nei controlli, siano corrette. Se occorre una migliore cooperazione tra piattaforme e pubbliche amministrazioni, la si realizzi rapidamente. Ciò che non aiuta il settore è il ricorso a processi sommari, generalizzazioni e campagne allarmistiche che trasformano la condotta di un singolo in una colpa collettiva.
Un episodio grave deve produrre accertamenti e soluzioni, non nuovo rumore. È questa la differenza tra la tutela concreta della legalità e l’ennesima occasione di scontro.
Il Presidente
Mauro Ferri